I molteplici oggetti digitali stanno prendendo sempre più spazio nelle vite di tutti noi; ormai i ragazzi acquisiscono competenze sulle tecnologie e utilizzano il digitale così presto che questi strumenti costituiscono una parte importante della loro esistenza. Gli adulti si avvalgono dei dispositivi digitali anche per lavoro e nei momenti di inquietudine della pandemia molte attività sia per i ragazzi che per gli adulti sono state rese possibili proprio grazie al digitale. Di conseguenza anche l’intelligenza artificiale annessa a questi strumenti digitali sta diffondendosi sempre più talvolta fornendo soluzioni che fino a qualche tempo fa erano inimmaginabili. C’è da dire infatti che la tecnologia, a cui noi siamo legati a doppio filo a partire dall’invenzione del fuoco, anche se sta propagandosi molto velocemente per certi versi è giusto che si intrecci alle nostre vite coadiuvandole e semplificandole. In merito al dilagare dell’intelligenza artificiale e del sapere che quest’ultima promuove però c’è da considerare che il soggetto lentamente sembrerebbe venir sostituito nell’accumulo dei dati e anche nell’articolazione dei pensieri così che il problema non è tanto l’esistenza dell’intelligenza artificiale in sé ma delle intelligenze che diventano sempre più artificiali.
Il pensiero non sorge dall’accumulo di informazioni bensì da ciò che davvero sospinge a pensare. Pertanto il sapere non deve essere inteso alla stregua di una pappa asfissiante – come purtroppo spesso è quello dell’intelligenza artificiale – che si impone al soggetto passivamente; esso deve essere inteso sempre come ciò in grado di causare, di attirare e mettere in movimento il soggetto e il suo desiderio. Il sapere deve avere una funzione, dice Lacan, agalmatica cioè deve essere capace di mobilitare il desiderio di sapere del soggetto e ciò può avvenire solo se in esso preserviamo un vuoto. L’intelligenza artificiale, quando impropriamente utilizzata, invece promuove un sapere pieno! Per intenderci meglio l’origine di questo vuoto che funge da matrice per il sapere la possiamo rintracciare nella scena di apertura del Simposio di Platone osservando quanto accade tra Socrate e il suo allievo Agatone. In questo episodio Agatone non vede l’ora di prendere posto accanto al suo maestro Socrate per colloquiare con lui davanti un banchetto imbandito e assorbire tutto ciò che sa ma quest’ultimo arriva in ritardo. Agatone considera il sapere come un oggetto che può ricevere per via diretta invece Socrate sa bene che al centro del sapere è presente un vuoto indice dell’impossibilità di spiegare ogni cosa e il suo gesto ossia il ritardo è atto a svuotare il sapere per spingere Agatone a ricercare il proprio. Socrate arriva in un secondo momento per mostrare che il sapere, parafrasando l’opera da cui è tratta la vicenda, non è come l’acqua che si può travasare da un contenitore a un altro bensì è l’effetto di un percorso che ognuno è tenuto a compiere singolarmente. Agatone, volendo assimilare il sapere di Socrate, si fa amante, erastes per ricercare quanto non ha nell’eromenos ossia nella totalità dell’oggetto amato incarnato da Socrate ma egli (Agatone) non considera che nessun sapere è in grado di dire tutta la verità. Agatone è colui che rigetta il limite del sapere ma Socrate si rifiuta di incarnare l’eromenos e si pone a sua volta come un erastes ossia anche lui come un amante del sapere poiché esso va inteso come ciò che nasce da una passione e non come una prestazione cognitiva. L’occasione mi è cara per augurare a tutti gli studenti che si apprestano a iniziare un nuovo anno scolastico, un’esperienza che vivifichi il desiderio di sapere per apprendere quanto viene loro trasmesso in modo unico e singolare.
Agnese Bianchetti, articolo pubblicato su L’Azione del 26 settembre 2026