Nel 1821già Arthur Schopenhauer in L’arte di conoscere se stessi, così scrive a proposito dell’ansia: «Capita che per i motivi più insignificanti mi assalga con una tale violenza da farmi vedere dinnanzi a me in carne e ossa sciagure solo possibili anzi appena pensabili. Una terribile fantasia potenzia a volte questa inclinazione fino all’incredibile. Già da bambino, a sei anni, una sera i miei genitori, tornando da passeggio, mi trovarono nella più cupa disperazione, perché mi ero immaginato che all’improvviso mi avessero abbandonato per sempre. […] Da ragazzo mi tormentarono malattie e litigi immaginari. […] Per anni mi hanno perseguitato il timore di un processo penale, il terrore di perdere il mio patrimonio. […] Di notte bastava un rumore per farmi saltare giù dal letto e afferrare la sciabola e le pistole che tenevo sempre cariche. Anche in assenza di uno stimolo particolare reco in me una costante ansietà interiore che mi fa cercare pericoli dove in realtà non ce ne sono». Ad oggi i disturbi dell’ansia però risultano sempre più frequenti soprattutto tra gli adolescenti e ciò dimostra un legame tra l’ansia e lo spirito del nostro tempo. Del resto se fino a qualche decennio fa la presenza di riferimenti ideali garantiva una stabilità nel discorso sociale, nella nostra epoca la frammentazione di tale rete simbolica ha comportato un profondo mutamento antropologico che ha coinvolto anche la psico(pato)logia creando nuove forme di sintomi. L’“evaporazione del Padre” – per utilizzare una locuzione di Lacan – ossia l’inconsistenza della sua autorità simbolica, si è riverberata sulla vita individuale e collettiva facendo spazio a vuoti, ripiegamenti narcisistici o spaesamenti che avvitano il soggetto attorno a un godimento mortifero. L’ansia costituisce una condizione di attivazione generalizzata, sotto-soglia, «costante» dice Schopenhauer che imprigiona il soggetto in un’esperienza anancastica; potremmo dire che essa è come un torrente carsico, scorre sotto terra, nascosta, se ne sente il rumore, il mormorio e se viene alla luce allora si trasforma in angoscia. Il soggetto che si definisce ansioso è una specie di sentinella in perenne servizio pronto a captare i segnali di pericolo che provengono dal mondo esterno ma questa condizione di costante apprensione è ciò che rende difficile il rapporto con gli altri esseri umani. Chi soffre di ansia infatti è tutto preso da sé fino al punto da faticare a interessarsi al mondo; egli è ripiegato su di sé. Si potrebbe quindi ipotizzare una duplicità dell’ansia da intendere come compresenza di una componente energizzante e di una di stagnazione sia nel corpo che nel pensiero tali da definirla come un movimento-fermo, un moto-immobile, un’agitazione-spenta.
Conseguentemente il confronto con queste situazioni umane come sono quelle dell’ansia non può prescindere dall’ascolto. Quest’ultimo infatti è l’essenza di ogni discorso terapeutico soprattutto di quello a orientamento psicoanalitico che ha come orizzonte conoscitivo non il sintomo ma la soggettività, la persona. Ascolto che può essere della parola, del silenzio della parola, della luce della parola.
Agnese Bianchetti, articolo pubblicato su L’Azione del 25 luglio 2026