Nella nostra epoca il culto della prestazione sembra guadagnare quotidianamente sempre più importanza tanto da arrivare ad essere quasi un precetto sociale.
L’individuo sembra doversi necessariamente mutare in un dispositivo meccanico produttivo, energico ed efficiente tendente a una felicità incondizionata. L’odierno discorso capitalista infatti non si limita soltanto a vendere i prodotti al consumatore ma potremmo dire punta a vendere il sogno irrealizzabile di un benessere assoluto e incontestabile. Pertanto ad oggi la follia non sembrerebbe avere tanto a che fare con l’irrazionale bensì con il razionale, l’iper-adattamento, l’operatività che fanno capo al principio di prestazione in quanto matrice della nostra realtà sociale. Conseguentemente spesso anche l’idea di cura viene intesa come uno strumento per adeguare, conformare, uniformare la vita individuale a quella collettiva ma l’inconscio con le sue eruzioni sintomatiche e non, mostra bene l’esistenza di un desiderio soggettivo che non può essere domato in alcun modo se non con un ascolto attivo in grado di riconoscerlo.
La psicoanalisi che interroga l’inconscio quindi spezza la concezione dell’uomo-macchina performante e dà diritto di cittadinanza a una soggettività più genuina esplorando nuove e vibranti costellazioni interiori. Del resto se è vero che la vita umana necessita di essere riconosciuta dal desiderio dell’altro, è vero anche che essa custodisce un proprio desiderio bramoso di realizzarsi. Un modello uguale per tutti verso cui sagomare le nostre vite, non esiste. Esiste il desiderio singolare di ciascuno davanti al quale è importante non indietreggiare poiché come Lacan chiosa: «La sola cosa di cui si può essere colpevoli è di aver ceduto sul proprio desiderio».
Il desiderio non è la voglia di soddisfare qualsiasi forma di capriccio, esso è una vocazione e non ci si sottrae alla propria vocazione. Il desiderio è una spinta vitale che trascende il tangibile e esso va assecondato per non morire dentro. L’unica nostalgia ammessa è quella che sorge dopo aver ignorato la propria vocazione. Quando si tende a ignorare il richiamo del desiderio, la vita tende ad appassire; tanto più qualcuno lo mette a distanza, tanto più dovrà confrontarsi con determinati sintomi.
Non cedere sul proprio desiderio, come indica Lacan, è un dovere morale da perseguire e la psicoanalisi ne offre la possibilità.
Agnese Bianchetti, articolo pubblicato su L’Azione del 29 agosto 2026